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Cultura

A volte i cervelli in fuga tornano

 
'Un clone in valigia': storia di una ricercatrice negli USA. Parla l'autrice Adriana Albini. Alla Nouvelle Vague, giovedě 20 ore 18.00
 
   

     
19 dicembre 2004
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di
Daniele
Miggino
   
Astronauti
Giovedì 20 gennaio 2005, alle 18, presso l'enolibreria Nouvelle Vague, Edoardo Guglielmino presenta il libro di Adriana Albini 'Un clone in valigia'. Scienza e aperitivi

Il Dio della Scienza ci odierà: dopo lo psichiatra Lagazzi anche strizza l'occhiolino alla letteratura. Ho letto il suo Un clone in valigia (edito dalla Frilli Editori), romanzo autobiografico (anche se il nome è diverso - Alessandra Anselmi - la storia è proprio la sua), una sorta di diario-racconto della sua esperienza di giovane ricercatrice in America. Oggi è Direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare e vicedirettore dell'IST (Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro) di Genova.
Ma com'è che tutti 'sti scienziati si danno alla penna? Adriana ha una risposta: «Io credo che tutti quelli che lavorano a stretto contatto con sofferenza, tragedie, emozioni forti, come succede a medici, avvocati, psichiatri come Marco Lagazzi, trovino nella scrittura una specie di sfogo, di catarsi mentale».

Quando hai cominciato a pensare di scrivere Un clone in valigia? «Poco dopo il rientro in Italia. Ma l'idea di pubblicarlo è venuta quando è sorto il dibattito sui cervelli in fuga».
In effetti la sua storia è in qualche modo esemplare. Una giovane laureata in chimica, delusa dalle prospettive italiane («non avevo neanche una scrivania», dice lei) decide di partire. Va in Germania, dove conosce il suo futuro capo. È proprio per raggiungere lui che arriva all'Istituto Nazionale della Sanità americano, dove riceve riconoscimenti e "diventa grande" come scienziato. Poi il ritorno a casa. Il racconto è un affresco a tutto tondo sulla sua esperienza, dalla vita di laboratorio alle difficoltà di trovare casa, dai colleghi allo stile di vita yankee, dalle vittorie scientifiche alle feste con gli amici.

Il tuo percorso è stato voluto o casuale? «La partenza è stata fortuita. Abbattuta dalle condizioni di lavoro, ho visto un bando per una borsa in Germania, a Monaco, e ho fatto domanda, quasi per scherzo». E il rientro? «Anche quello non è stato voluto. Ero incinta, volevo stare un po' calma a casa. E poi...».
Ok. Succede tutto per caso? Manco per sogno. La fortuna va cercata con tenacia. Che consiglio daresti tu a un giovane ricercatore? «Bisogna sognare. Io credo nelle favole e le racconto sempre ai miei figli. Se uno vuole molto una cosa, va a finire che la ottiene».

Torniamo agli States: il libro ne dà un'immagine realistica, un po' contraddittoria, molto ironica. Una cosa che ti ha fatto schifo e una che ti è piaciuta molto di quel paese? «La loro solidarietà e accoglienza è straordinaria. Nel momento in cui entri in America sei americano. Ciò che invece mi ha un po' schifato è la superficialità culturale. Sentivo come una specie di vuoto interiore. Non è colpa loro, ma di un modello formativo molto specialistico e settoriale».

Cibo e pulizia: ancora due tasti dolenti. Perché i loro frigoriferi ci impressionano così? «Perché sono enormi. C'è sempre la sensazione che lo vogliano riempire in caso di guerra». Solo che poi la roba invecchia... «I formaggi rimangono lì, vengono scordati. Nel frigo di mia suocera ho trovato un hamburger che aveva 15 anni!». Altro particolare, Adriana in America si è sposata e suo marito ora lavora a Genova.
Le case descritte nel libro sono spesso sporche e piene di animali. Perché? «Strana contraddizione: loro si lavano tantissimo, ma le case - e non solo - sono veramente sporche. Una volta ero con mio marito in un bellissimo e romantico albergo di Miami. Poi mi è passato uno scarafaggio lungo dieci centimetri in mezzo ai piedi e il romanticismo se n'è andato tutto».

Ricerca e soldi, ricerca e politica. Anche di questo si parla. Come si è evoluta la ricerca negli ambiti di cui ti sei occupata? «Quello dell'AIDS è un caso esemplare di come i soldi e l'impegno politico portino ai risultati. Oggi nei paesi avanzati non si muore più. La politica internazionale ha fallito, ma lì il discorso è diverso, le cure costano troppo, e a noi non importa molto della loro salute», dice Adriana ironicamente. «Nei tumori ci sono ancora pochi investimenti, perciò non arrivano nemmeno i risultati».
Genova come è messa? «I centri ci sono: il misterioso IIT, che pare si faccia, l'IST, il Gaslini, gli Ospedali fanno ricerca. Chi viene da fuori dice che è un posto valido. Il problema è un altro: i fondi per la ricerca di base sono sempre meno».

Progetti per il futuro? Letterari s'intende...
«Tantissimi, un giallo-scientifico, un'antologia di racconti erotico-romantici un po' vecchio stile, poi mi hanno chiesto di partecipare a un'antologia su Genova». Saluto ad Adriana per la piacevole conversazione...e aspettiamo il giallo-scientifico!

Nella foto: Adriana Albini
 
 
 
 
 
 
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