Alla Basilica dell'Annunziata di Genova,
sabato 25 dicembre, si è tenuto il tradizionale pranzo di Natale che
la Comunità di Sant'Egidio organizza per accogliere le persone più povere e sole della nostra città. Una distesa di tavoli rossi e una schiera di volontari, pronti ad accogliere chi il pranzo di Natale non se lo può permettere o lo avrebbe consumato in solitudine.
Sono giunti ai pranzi
più di mille ospiti, accolti, oltre che nella Basilica dell'Annunziata, in altri luoghi della città: presso i locali della Croce Verde di Sestri Ponente; presso l'Apostolato Liturgico di Via Serra; a Sampierdarena nelle sale dell'Istituto Don Bosco.
Anche negli istituti di Corso Firenze (ex Brignole) e della Doria sono stati imbanditi i pranzi natalizi per gli anziani.
Quello che saltava all'occhio, a chi come me ha avuto la fortuna di vivere in prima persona queste feste, anche attraverso i racconti di amici e volontari, era
lo spirito familiare che contraddistingueva ogni banchetto.
Sia nei pranzi da più di cinquecento persone (Basilica dell'Annunziata) che in quelli con "soli" ottanta invitati (Sestri Ponente) si poteva notare la stessa identica cura e calore umano.
Un filo rosso d'amicizia e di accoglienza ha legato questi pranzi sparsi nella città e nei quartieri.
Infatti, gli ospiti erano tutte persone con un nome ed una storia, persone conosciute e incontrate durante l'anno dai membri della Comunità di S.Egidio. Ad esempio: i tanti anziani soli, in casa o nei cronicari; i barboni, conosciuti nelle distribuzioni serali di viveri e coperte; bambini, stranieri ed italiani, delle Scuole della Pace insieme alle loro famiglie. Scuole della Pace che i ragazzi della Comunità di Sant'Egidio realizzano nei quartieri più difficili della nostra città: Begato, Cornigliano, Centro Storico.
Pranzi speciali, come abbiamo intitolato, per nulla pietisti o distaccati nei confronti degli ospiti e delle loro difficili storie.
Lo si comprende dai sorrisi gioiosi degli invitati, ma anche dalla gioia dei volontari. Questi ultimi, accorsi a centinaia per servire ai pranzi, sono persone normali che hanno deciso di dare un valore diverso al solito Natale sonnacchioso.
C'è chi fedelmente ritorna da diversi anni, ansioso di aiutare nuovamente gli amici della Comunità e chi arriva per la prima volta, titubante, ma alla fine del pranzo contento, con un sorriso che parla da sé: perché ha conosciuto la storia di un barbone, perché ha visto la felicità di un bambino rom mentre riceve un regalo da Babbo Natale in persona, oppure perché ha ritrovato il senso vero del Natale.
Che interessarsi ai poveri non rende tristi, anzi, dilata sentimenti da tempo atrofizzati e compressi.
Da un lato fa riflettere che siano così tante le persone in difficoltà nella nostra città - in questi ultimi anni sono cresciute le famiglie e gli anziani che stentano ad arrivare alla fine del mese - dall'altro ci rincuora che i pranzi organizzati non siano un'espressione eccezionale di solidarietà, ma il festeggiamento di un incontro con i poveri che dura tutto l'anno.
Stefano Scali