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Grozio
 

Il 2004 finisce con Pelè

 
Riccardo Grozio sta per inaugurare "Pallamondo", con i cimeli di cent'anni di calcio. E ci racconta come ha vissuto l'anno della Cultura
 
   

     
01 dicembre 2004
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di
Giulio
Nepi
   
Sta per consegnare a Genova nientemeno che la Coppa Rimet. «Ma poi la dovremo restituire», sottolinea tra il bonario e il dispiaciuto Riccardo Grozio, giornalista e responsabile della comunicazione per la Fondazione Carige. E per l'appunto curatore della mostra Pallamondo. Footbal storie fantasia, che dal 22 dicembre porterà a Palazzo San Giorgio alcuni cimeli dei primi cento anni di calcio.
«Ci sarà un po' di tutto: dalla maglia della prima partita di campionato del 1898 a quella di Pelè... poi quella del 2 a 2 di Burgnich in Italia-Germania del '70 e il pallone di Spagna '82, con le firme dei campioni del mondo. Persino una maglia della Juve anni '60, voluta con i polsini da Umberto Agnelli».

Aspettando la coppa Rimet, com'è andato questo 2004 ormai alle battute finali?
«A mio parere è stata un'esperienza più che positiva, in cui si è concentrata una gran quantità di iniziative davvero di alto livello. E la città ha risposto: si è respirata un'atmosfera nuova, ho visto molti giovani in giro e tanti turisti con le "guide rosse" nei musei. Quasi ogni settimana abbiamo assistito all'apertura di un locale nuovo: un segno molto forte di cambiamento, perché dimostra che i giovani si trasformano in imprenditori e puntano sulla cultura».
Qual è secondo te l'eredità migliore di questo anno?
«Proprio la risposta dei genovesi. C'è stata grande partecipazione anche da parte del popolo dei capelli grigi: i pensionati hanno mostrato una vitalità da far impallidire il 40enne con la prima pancetta. Certo, sono importanti anche tutte le nuove strutture che sono nate - l'hardware, diciamo - ma per valutarle correttamente occorrerà aspettare ancora qualche anno».
Ottimismo, quindi.
«Sono convinto che questo trend continuerà anche nei prossimi anni. D'altronde non è nato col 2004: affonda in un cambiamento strutturale cominciato ormai diversi anni fa, con l'uscita dalla crisi della città fordista. Questa via era anche l'unica possibile, per storia e cultura. Se poi riusciremo a garantire lo sviluppo di un distretto ad alta tecnologia, sarà un valore aggiunto: il Festival della Scienza in questo senso è stato una metafora calzante. Comunque il 2004 non va sminuito ma neanche mitizzato. Bisogna evitare di cadere nella trappola della retorica dell'entusiasmo, dobbiamo essere sognatori, sì, ma allo stesso tempo pragmatici».
Gioco della torre. Qual è l'evento che più ti ha emozionato?
«Mmm... [ci pensa un po', ndr] Mi butto: Arti & Architettura. In particolare le installazioni, anche se alcune possono essere discutibili: è stata un'operazione coraggiosa, che ha fatto fare un salto di qualità alla percezione del contemporaneo. Anche il Museo di Villa Croce si è dato molto da fare».
La sorpresa del 2004?
«il 2004 ha segnato il momento in cui qualsiasi tipo di associazione ha portato a Genova grossi convegni, nazionali o internazionali, creando una serie di incontri irripetibili. Anche la stagione teatrale è stata eccezionale, così come quella musicale».
Rimpianti?
«Nessuno. Ma se la mostra di Rubens fosse rimasta aperta un mese in più avremmo raggiunto i 300mila visitatori, diventando il primo evento italiano. Davvero però non era possibile... L'unico vero rammarico è stato lo scarso coinvolgimento delle periferie e delle delegazioni».
Terminiamo con la Fondazione Carige, che si è data davvero da fare...
«La Fondazione ha avuto senza ombra di dubbio un ruolo importante, ma non vorrei fare un elenco di tutte le iniziative. Mi piace ricordare che abbiamo tenuto a battesimo il Centro Culturale Europeo, che farà di Genova una Capitale Europea della Cultura per i prossimi anni a venire... è il regalo della Fondazione a tutta la città».
 
 
 
 
 
 
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