Pegli - Genova centro in treno

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Venerdi 12 gennaio 2001

Pegli è una ex bella donna.
E’ un’icona della decadenza, chiusa nel ponente massacrato dalle industrie. Pegli è il primo posto in cui -se vieni da Genova- puoi intravedere il mare, un mare malato, stretto fra il porto petroli di Multedo e “i cavalieri” di Voltri: celesti gru d'acciaio che sembrano ogni giorno più vicine.
Si può ancora passeggiare, sul lungomare. In questi mesi no: stanno rifacendo la pavimentazione della passeggiata, l’unica rimasta fin qui. Ci sono ancora dei bei posti, come Villa Pallavicini, bisogna pagare per entrarci ma ne vale la pena.
Fu la Marchesa Pallavicini a permettere la costruzione della stazione ferroviaria. Tutto il terreno era suo, lo concesse alle Ferrovie ad una condizione: che ogni treno di passaggio facesse fermata a Pegli. Per questo, fino al 1960, ogni treno anche internazionale fermava inspiegabilmente qui.
La stazione è piccola e bella. Qualche lustro fa ci hanno girato anche un film, ma la Marchesa se n’è andata da tempo, e ci vuole una forte immaginazione per ritrovare tracce di nobildonne col parasole, che prendono il treno per Nizza in tamperati pomeriggi d’inizio ‘900.
La cosa più notevole della stazione di Genova Pegli è il merlo indiano che un’amante dell’opera tiene sul balcone qui vicino. Mentre aspetti il treno lo senti cantare “amami Alfredo” e “Una furtiva lagrima”, e per essere un merlo è veramente bravissimo. Non so se vi rendete conto di quanto sia esilarante e assurdo ascoltare un merlo che imita un soprano, è una cosa da perderci la testa dal ridere, gratis sul binario 2. E poi è davvero paradossale. Mettetevi nei suoi panni. Sei un merlo, ti catturano in India, ti sbattono in una gabbia e quando ti svegli senti opera 24 ore su 24.
Ogni mattina, mentre aspetto il “metropolitano”, guardo se ci sono graffiti nuovi, qualcosa di simpatico. L’ultimo contributo divertente risale al passaggio di Nino Plastica: un grafomane di talento che ha affrescato le pareti di caricature dei Simpsons. Nelle ore di lavoro passa un treno ogni quarto d’ora, comodissimo. Poi è sufficiente prendere un bus da Principe a piazza De Ferrari, totale 30 minuti, se va tutto bene, nessun problema di parcheggio, spesa complessiva 1.500 lire.
Il panorama è impagabile: scorre la stazione di Sestri Ponente, anonima, poi c’è una grande curva (parallela all’Aurelia) utilissima perché la strada è tappezzata di manifesti e a colpo d’occhio puoi raccogliere le ultime informazioni su spettacoli in città e promesse elettorali. Ed eccoci allo spettacolo vero e proprio: l’Italsider.
Un immenso urlo color ruggine.
Alla stazione di Cornigliano, che sopra quell’urlo è sospesa, qualcuno ha scritto “qui si muore di cancro”. Ma il colosso continua, grande come una città di ferro a sé, con dedali di tubi, condotti sospesi, pennacchi di spore mefitiche su ciminiere a scacchi, rottami, vetri rotti, blade runner, fino al Polcevera.
Oltre il fiume c’è Sampierdarena, aree in costruzione e più in là una sfilata di palazzi patrizi con cariatidi leonine, anche questi ricordi, antiche vestigia. Poi esplode San Benigno, “il matitone” migliaia di finestre a specchio che non fai in tempo a guardarle e sei in una galleria e dopo la galleria c’è lei, finalmente, Genova. Le grandi navi nel porto, il Carlo Felice in lontananza e un cielo di nubi plumbee, parigino.
Prendete il treno.
Rendetevi conto di dove abitate.

Fabrizio Casalino

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