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Cultura

L'etica della responsabilitą

 
Noi oggi decidiamo anche per le generazioni future. Come dobbiamo comportarci? Non tutti hanno accesso alla scienza, non tutti si fidano
 
   

     
05 novembre 2004
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di
Laura
Calevo
   
Responsabilitą
È auspicabile mettere in pratica tutto quello che le tecnologie rendono realizzabile? Ieri, 4 novembre, alle ore 17, all'Archivio di Stato, Salvatore Veca, docente di Filosofia politica dell'Università di Pavia, ha cercato di rispondere a questa domanda.

L'aumento delle responsabilità causali, ovvero della nostra capacità di incidere sulla realtà, dovuta al progresso scientifico e tecnologico, corrisponde a maggiori responsabilità anche morali?

«Nelle discussioni relative a questo argomento ci sono sempre posizioni radicali: c'è un conflitto tra santificatori e demonizzatori del progresso scientifico. Naturalmente andrebbe trovato un equilibrio», spiega Veca.
Nei primi anni del XX secolo Max Weber ha introdotto il concetto di etica della responsabilità e di etica della comunicazione: la prima valuta le conseguenze delle nostre azioni, la seconda considera principi che valgono di per sé, indipendentemente dalle conseguenze.

Connesso allo sviluppo scientifico c'è un politeismo di valori che confliggono tra loro. Alla fine del XX secolo Hans Jonas sostiene che deve essere il principio di responsabilità a guidarci. È però necessario considerare anche gli effetti delle nostre azioni più lontani nel tempo. Non ha senso accettare solo le etiche della prossimità, che considerano solamente gli effetti vicini dal punto di vista spaziale e tempo rale.

«Jonas sostiene che gli sviluppi della scienza, producendo effetti causali sulla natura e sul mondo, hanno modificato l'agire umano, e l'etica deve corrispondere a questo cambiamento. Noi siamo responsabili nei confronti dell'intero pianeta e delle generazioni future. Io ritengo sia giusto prendere in considerazione una responsabilità che tenga conto della qualità della vita futura», dice Veca. Secondo la prospettiva relativistica, la scelta dei valori è dovuta ad atteggiamenti valutativi soggettivi; secondo la prospettiva pluralistica, invece, i valori sono molteplici e devono necessariamente essere scelti in quanto troppo numerosi.

«La crescita scientifica contemporanea contiene un grande paradosso: alla maggiore capacità di descrivere il mondo e noi stessi, corrisponde il discredito sociale che taluni gettano su tale progresso. La legittimità della scienza è minacciata. Ritengo che il criterio da adottare sia quello pluralistico, abbinato al senso di responsabilità verso un mondo che abbiamo preso in prestito dai nostri figli. Se abbracciamo la prospettiva pluralistica, dobbiamo anche accettare il carattere instabile dei valori che scegliamo, valutando le alternative», continua Veca.

Il patto tra cultura, scienza e società si è incrinato a causa della diversa possibilità di accedere alla "verità". La mancanza di fiducia negli studiosi deriva dalla diffidenza di chi non ha gli strumenti adeguati per valutare al meglio. Tuttavia, la demonizzazione della scienza è irragionevole perché preclude la possibilità di attuare quanto realizzabile.
«Il problema è che non siamo abituati ad orientarci in un ambiente che cambia velocemente e ci pone dilemmi inusuali. Non ha però senso farsi prendere dalla paura: la responsabilità di scegliere rimane comunque nostra. Prendendo in prestito uno slogan dalla politica possiamo dire che "non c'è innovazione senza rappresentanza"», conclude il filosofo.
 
 
 
 
 
 
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