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O la va o si spacca?

 
Venerdě si vota la Carta Costituzionale dell'Unione. Il risultato č incerto. Di Rosa ha intervistato Castronovo al Centro Culturale Europeo
 
   

     
27 ottobre 2004
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di
Daniele
Miggino
   
globo
Ah, l'Europa: un'utopia divenuta realtà, ma sempre sull'orlo della crisi, sempre in bilico, sempre con l'incubo di diventare un sogno svanito. In occasione del primo incontro stagionale del Centro Culturale Europeo si è parlato dell'avventura europea insieme a Valerio Castronovo, professore di storia contemporanea a Torino e autore del libro L'avventura dell'unità europea. Una sfida con la storia e il futuro, da cui ha preso spunto la discussione, e Antonio Di Rosa, direttore uscente del , che ha colto l'occasione per salutare una città a cui si è molto legato: «Sono stati cinque anni splendidi», ha detto Di Rosa, «mi sono sentito profondamente genovese, pur essendo profondamente siciliano». Subito dopo ha rivolto l'attenzione a Castronovo, come a dire "e ora bando alle ciance: cominciamo".

Con lo sguardo consapevole e disincantato dello storico, e con un occhio sempre rivolto al recente passato, Castronovo ha spiegato i nodi cruciali che interessano l'Unione oggi e nel prossimo futuro. «Questi sono giorni decisivi, venerdì si vota a Roma la nuova Carta Costituzionale», dice Di Rosa. Risponde Castronovo: «che poi non è una Carta Costituzionale, ma un Trattato fatto tra governi», dice lo storico. «Ci si ostina a chiamarla così non si sa per quale motivo, ma sarebbe meglio intenderlo come un trattato che sostituisce quello del '54 che costituì la CEE».

Forse perché la parola trattato è obsoleta, o forse perchè, a cinquant'anni dalla creazione della CEE, verrebbe quasi naturale pensare ad un salto di qualità. E invece le cose sono più difficili di quello che si pensa. In dieci Stati, Francia in primis, è stato indetto un referendum per decidere se accettare o no le condizioni del trattato. «È molto rischioso, perché basta un voto negativo per mandare tutto all'aria». E poi c'è l'uragano scatenato da Buttiglione, che ha messo in crisi la nuova Commissione Barroso. Se Barroso dovesse essere sfiduciato prima di venerdì, la frittata sarebbe fatta ancora prima.

La seconda domanda di Di Rosa riguarda l'organizzazione di una politica estera comune. «Come mai Francia e Inghilterra non sono d'accordo?». Castronovo risponde che lo spirito nazionalistico è duro a morire: «Se pensiamo che la Germania chiede un seggio all'Onu con l'unica ragione del proprio "malinteso" prestigio nazionale...».
Eppure la carta prevede la figura di Ministro degli Esteri. Che cosa gli faranno fare? Mah...

E poi ci sono molti punti su cui non si è proprio d'accordo. Pensiamo alla guerra in Iraq.
Ecco, l'Iraq ci porta dritti dritti agli Usa. Di Rosa chiede: «Come mai nel dopoguerra volevano un'Europa forte e ora no?». «Anche qui ci sono molti fattori», risponde Castronovo, «intanto non credevano che avremmo mai creato un euro così forte. La battaglia commerciale oramai è palese». Si ripercorrono cinquant'anni in un lampo: il piano Marshall, senza il quale saremmo chissà dove, Kennedy che voleva un'alleanza euro-atlantica, poi Johnson e Nixon, la crisi petrolifera che infranse i sogni, gli anni Ottanta che non migliorarono il rapporto. Il resto è cronaca.

Altra domanda a brucia pelo. Ma perché noi italiani siamo così europeisti? La risposta è di nuovo molto lunga, di quelle che partono da lontano. Ma il sunto è questo: per essere riabilitati, per sfiducia nelle nostre istituzioni, per senso di inferiorità e voglia di riscatto. Andiamo bene...

Poi si finisce a parlare di questioni nazionali, del supposto nuovo triangolo Ge-Mi-To (nomen nomen), e appena entra in discussione Genova il pubblico si scalda. Castronovo accenna ai miglioramenti della città e uno spettatore replica: «sono luoghi comuni!». «Non sono luoghi comuni», lo ferma Di Rosa. E continua: «che la città abbia ancora molti problemi non è un mistero, ma è altrettanto vero che è migliorata: il fatto che se ne parli così tanto anche fuori è un segnale importante».

Infine un problema attuale che è, allo stesso tempo, un nodo da sciogliere per il futuro: la Turchia. Bisogna accettarla o no? «Non accettarla sarebbe un segnale molto negativo a livello sociale e religioso», dice Castronovo. D'altra parte, tra una decina d'anni potrebbe diventare lo Stato più popoloso - e quindi più potente - dell'Unione. Inoltre, l'annessione della Turchia introduce un tema di quelli che fanno paura: dove finisce l'Europa? I requisiti per "fare domanda" di annessione sono veramente minimi. La Georgia l'ha già fatta. Ma fino a che punto si potrà allargare?

Castronovo finisce con un messaggio ai giovani: è importante che loro recepiscano il messaggio europeo, perché non sanno quanti sacrifici è costato, dal dopoguerra ad oggi.
Intanto aspettiamo di vedere cosa succede venerdì, o prima ancora...
 
 
 
 
 
 
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