Secondo giorno per Fuori quadro. E un grande vecchio da festeggiare:
Gillo Dorfles, classe 1910, qualche difficoltà di dizione ma un cervello affilato che vorrei avercelo io. Il tema ruota infatti intorno alle
Metamorfosi del gusto, un capitolo che proprio Dorfles ha aperto, con un libro che dopo 40 anni fa ancora scuola.
«In ogni ristampa de
Le oscillazioni del gusto ho dovuto cambiare qualcosa», ricorda lui. «È una necessità antropologica che il gusto cambi. Una volta restava costante anche per un secolo, adesso le diverse tendenze artistiche si alternano ogni 10/15 anni. Oggi nessuno sa cosa farsene delle bottigliette di Morandi».
Accanto a lui ci sono un critico d'arte tagliente come Achille Bonito Oliva, Rosita e Ottavio Missoni - candidi e semplici come se non fossero un mito, sia come stilisti che come coniugi - e Sergio Bracco, docente di Disegno Industriale a La Sapienza. Coordina
Paolo Minetti.
Dopo l'analisi di Gillo, quali migliori testimoni del buon gusto dei
Missoni? Ecco Ottavio: «il cattivo gusto è importante per capire qual è il buon gusto. Oltretutto a volte la moda usa il cattivo gusto perché è un modo per apparire». Ma dove nasce il cattivo gusto? «Dalla mancanza di equilibrio fra una persona e il suo abbigliamento», risponde Missoni, «come quando le mamme si vestono da Veline per entrare in competizione con le loro figlie. E poi amo ripetere che "per vestire con cattivo gusto non è necessario seguire la moda però aiuta"».
Rosita Missoni puntualizza i concetti del marito: «il gusto è estremamente individuale. Certo, la moda tende a codificarlo perché ha esigenze commerciali». Cos'è l'eleganza? «Una sensazione di armonia. Sono pochissime le persone eleganti, e spesso non sono neanche "alla moda"».
E il gusto nell'arte? La domanda viene girata ad
Achille Bonito Oliva. «Negli ultimi decenni nell'arte è entrato "il gusto", per via del connubio fra arte e moda. Ma l'arte non dovrebbe considerare il gusto, anzi, dovrebbe portare squilibrio: la storia dell'arte è stata fatta a suon di schiaffi al gusto del pubblico. L'arte mette a nudo, mentre la moda veste. Infatti la biennale di Firenze del '97, "Arte e Moda" è stata un infortunio». Chissà se al curatore - Germano Celant - sono fischiate le orecchie...
Bonito Oliva continua la sua analisi, con verve tutta napoletana e poco tatto per i vicini Missoni («lo stilista non è un artista ma un artiere»), lanciandosi in una frase che provoca il gelo il sala: «Bin Laden ci ha dimostrato che anche il gusto del terrorismo è stato educato dall'arte». Dopo una pausa teatrale calcolata al millisecondo ha spiegato il concetto: «Nell'attentato alle Twin Towers aveva calcolato il tempo fra i due impatti: dieci minuti, il tempo per far arrivare la CNN e schiantare il secondo aereo in diretta mondiale. Una perfomance nichilista vista da quattro miliardi di persone, che ha mostrato quanto il terrorismo abbia compreso che sono i media a fare immagine, in una sorta di estetizzazione dell'atto».
Sergio Bracco si definisce un voyeur del design e un curioso di professione. E annuncia che qualcosa sta cambiando nel mondo del disegno industriale: si gioca ormai scopertamente sulla confusione fra forma e uso. «Una tendenza che ci complica la vita, visto che una persona in media viene in contatto con 20mila prodotti e dovrebbe essere in grado di saperli usare tutti. Invece la forma aiuta sempre meno la funzione». E gli slide che scorrono a fianco illustrano cappelli-vaso, letti-tavolino, armadi-tappeto, in un crescendo che non risparmia nemmeno il gastrodesign con forchette-biscotto. «"Ceci ce n'est pas une pipe", la famosa frase di Magritte», conclude Bracco, «dovrebbe essere modificata con l'aggiunta di un avverbio, "questa non è
soltanto una pipa"».
Uno spunto di Minetti («sarebbe opportuno usare il termine "creatività", più interessante di "arte"») colpisce nel segno e provoca diversi commenti. Bonito Oliva osserva come in effetti ci sia una spinta piccolo-borghese a definire tutto quanto "arte", Dorfles sottolinea come ormai ci sia senza dubbio una «"non-arte", che però viene chiamata "arte"». Colpa anche di certi critici, secondo Bonito Oliva.
Ma allora qual è l'arte? Per Dorfles è il mercato a decidere: «un tempo erano i grandi personaggi a valutare cosa fosse arte. Oggi l'opera sottostà non tanto alla critica quanto al mercato. E comanda quello statunitense: chi non è nel business americano non vale. Ad esempio un grande come Capogrossi costa appena 25mila euro mentre Rothko 1 milione... se fosse italiano varrebbe sì e no 2000 euro».
Gli fa eco Bonito Oliva: «comandano ormai "le sette sorelle", i principali musei del mondo come il Moma, la Tate o il Beaubourg. E impongono una globalizzazione del gusto».
Nella foto in alto: Dorfles, Bonito Oliva e Minetti. In basso Bracco, Ottavio e Rosita Missoni