Enrico Macchiavello è una promessa del mondo del fumetto e dell'animazione italiano. È un ragazzo genovese, classe 1974, che lavora nel centro storico e si sta facendo conoscere sempre più a livello nazionale. Lo chiamo nel suo studio di via Orefici e lo trovo indaffaratissimo: «in questi giorni siamo veramente presi male. Presentiamo oggi, 21 giugno, sulla motonave Superba, una serie di animazioni per una società di servizi della Grimaldi».
Sono i lavori che state facendo con la nuova società d'animazione, ? Ho visitato il sito internet, ma ci sono solo disegni, niente informazioni.
«La promozione la lasciamo sempre all'ultimo posto. Ma abbi fede, ci stiamo lavorando, il sito sarà pronto a breve. Con la Fantomatica stiamo seguendo progetti per altre ditte, per conto terzi insomma. Facciamo anche video animazioni nostre - che sono poi la vera scommessa - e serate DVJ in club, discoteche o festival: creiamo dei mixaggi con rulli animati, al ritmo della musica».
Dunque un passaggio dal disegno su carta a quello d'animazione: cosa cambia dal punto di vista del lavoro?
«Si tratta essenzialmente di moltiplicare un disegno statico per venticinque fotogrammi al secondo. È un lavoro che richiede tempi più lunghi e più ragionamento».
Progetti in cantiere?
«Sono ormai cinque anni che facciamo gli spot della birra Ceres. Adesso ci stiamo concentrando soprattutto sulla società d'animazione. Stiamo portando avanti molti progetti sul web e naturalmente continuiamo coi fumetti. Un po' di tutto, insomma, ci piace variare».
Quali sono i tuoi modelli? A cosa s'ispira il tuo stile?
«Essenzialmente guardo al fumetto italiano degli anni '80 ma anche all'underground americano e ad artisti come Bosh e Brughel».
Hai illustrato l'ultimo libro di Enrique Balbontin. Che cosa hai disegnato? Com'è stato lavorare con lui?
«Ho disegnato cartoon e disegni umoristici. Io ed Enrique ci conoscevamo già e abbiamo lavorato in perfetto accordo. È stata come una simbiosi, un'intesa immediata».
Come vedi Genova dal punto di vista del lavoro creativo? Hai mai pensato di trasferirti altrove?
«La città mi piace. Dal punto di vista creativo è molto viva ma per quanto riguarda le possibilità di lavoro, i lidi sono ben altri: a Genova manca un'industria cui appoggiarsi commercialmente. Non ci sono editori di rilevanza nazionale, le agenzie pubblicitarie sono poche. Per poter avere tutto questo bisogna andarsene. Io resto qui per un legame affettivo che ho con la città. Ci vivo bene. Mi piace dal punto di vista estetico ma anche per la gente, nel bene e nel male, e anche per il mare. Tutta una serie di ragioni per le quali continuo ad abitare e lavorare qui».